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Kahlida Popal e i problemi dell’Afghanistan

Khalida Popal

Al Social Football Summit di Roma del 15 novembre, oltre alla premiazione alla Divisione Calcio Femminile, è intervenuta anche Khalida Popal.

Khalida Popal è un’attivista afghana nonché fondatrice e direttrice della Girl Power Organisation e leader della comunità calcistica dell’Afghanistan.

Nata a Kabul il 21 maggio 1987, Popal è intervenuta al Social Football Summit per parlare della sua storia e della sua missione di combattere a favore del calcio femminile in Afghanistan.

Il calcio mi ha permesso di combattere una cultura che non vuole che le donne facciano parte della società. Come avrete ultimamente sentito in tutti i notiziari, l’Afghanistan ha subito conflitti per tanti anni da parte di terroristi che provano a governare il nostro paese. […] Quando i talebani sono caduti abbiamo cominciato a d aumentare il potere delle donne all’interno della società.

Il calcio è per tutti, sia uomini sia donne.

Queste sono solo alcune delle parole usate da Popal nell’intervento che precisa di essere riuscita a creare nel 2007 la prima nazionale di calcio femminile di calcio in terra afghana tramite i media per condividere le difficoltà delle donne nella società.

Non è stato difficile, ci sono stati ostacoli, perché gli uomini non erano pronti. È stato qualcosa di innovativo. In quanto Capo della Delegazione, dovevo pagare colleghi uomini e non è stato facile. Dovevo rendere il mio lavoro più visibile. Ho dovuto annunciare che non ci sarebbe stato salario agli uomini se non avessero rispettato la mia posizione e il mio lavoro.

I numeri del calcio femminile si è evoluto, come afferma la stessa Popal. Dalla capitale alle province, le ragazze si sono unite per divertirsi per aumentare la propria fiducia e aiutare anche i sogni delle bambine.
Più di 4.000 persone hanno iniziato a tifare per le ragazze e molte donne hanno iniziato ad arbitrare e ad allenare. Tutto ciò dal 2011. Anche grazie ai mass media.

Sono stata una minaccia per molti leader del mio paese. Non volevano sentire la mia voce. Come attivista ho ricevuto minacce e ho rischiato la vita e anche la mia famiglia ha rischiato la vita. Sono stata arrestata e ho dovuto lasciare l’Afghanistan per sopravvivere.

In Danimarca, come rifugiata, Popal ha dato voce alle donne per lo sport fondando Girl Power Organisation. Il tutto in una Danimarca in cui i rifugiati erano visti come delinquenti, ciò che Popal ha dimostrato di non essere.

Però nel marzo 2021, alla caduta del governo, le giocatrici afghane, di cui molte minorenni, hanno chiesto aiuto a Popal perché fossero protette, vista la situazione di disastro che si sera creata.

Molte le organizzazioni che l’hanno aiutata e molte persone sono così andate in Australia e 120 afghani hanno trovato la possibilità di salvarsi.

Ma per alcune non è stato così semplice andare via, alcuni hanno visto le proprie case bruciare, per esempio.

L’unico lavoro che possono fare le donne, per i talebani, è pulire i bagni femminili. Null’altro.

Siamo stati fortunati ad avere avuto l’aiuto da parte del Regno Unito per aiutare molte calciatrici che sono ancora lì in Afghanistan. […] C’è ancora molto lavoro da dover fare.

Un discorso durato poco più di venti minuti, che mira a far riflettere. In un paese in cui vige ancora la figura maschile, la battaglia condotta dalle donne per far sì che ci sia uguaglianza nella società è partita soprattutto per mano di una donna che il calcio lo vive come una passione. Passione che va trasmessa soprattutto alle nuove generazioni, per far sì che certe atrocità che l’Afghanistan sta passando non si ripetano mai più.

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