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Aurora Galli va all’Everton, ed è tutta colpa nostra

Aurora Galli va all’Everton, ed è tutta colpa nostra. E’ colpa di chi procrastina, di chi non si è messo in prima linea, di chi non lotta per il professionismo, di chi ha sempre trovato una scusa per rimandarlo. E’ colpa di chi non lo vuole, è colpa di chi lo voleva ma non ha combattuto fino in fondo per averlo da subito. Un altro, ennesimo gioiello della nostra Serie A parte lasciando il Paese che l’ha cresciuta; e a pensarci bene è anche colpa nostra.

Il professionismo non va da Aurora Galli e Aurora Galli vola in Inghilterra

Il marchio di fabbrica della politica italiana è, oramai da una trentina di anni o poco meno, la continua procrastinazione; che abbinata ad un pizzico di inabilità e inadeguatezza può creare un cocktail tanto letale da riuscire a bloccare sideralmente interi settori del nostro paese. E’ questo quello che è accaduto e che accade da anni in Italia per quanto riguarda il professionismo nel calcio femminile. Abbiamo da poco tempo la data ufficiale, questo c’è da dirlo: 2022/23 la stagione in cui finalmente potremmo dire di aver portato a casa l’obbiettivo. Troppo tardi però, soprattutto se si pensa che durante tutti questi anni di dilettantismo alcune delle nostre più grandi interpreti si sono trovate costrette a scappare all’estero alla ricerca quantomeno di un professionismo di fatto (come quello che vige in Inghilterra). Tatiana Bonetti e Alia Guagni su tutte vengono in mente, ora se ne è aggiunta un’altra: Aurora Galli.

Cresciuta nelle giovanili del Pro Vigevano e del Garlasco, talento cristallino che la Juventus ha prelevato dal Verona nel lontano 2017. Con le bianconere ha disputato sessantasei partite condite da dieci gol fino a questa stagione, l’ultima prima del suo addio. Un altro pilastro della Nazionale Azzurra, con la quale ha disputato quasi cinquanta incontri, che se ne va. Se ne va perché non tutelata e non rispettata da un movimento che non le rendeva affatto i giusti meriti.

Il professionismo in Inghilterra

Ma vediamo dei dati. L’Inghilterra ha subito un lungo periodo di transizione verso il professionismo. Basti pensare che dalla stagione 2018/19, quella del passaggio definitivo, la WSL si è trovata a dover riformare parzialmente la propria organizzazione passando dalle Divisioni 1 e 2 presenti fin da 2014 alla fondazione della cadetta Women’s Championship. Sarebbe giusto anche ricordare come nel 2018 ci furono non poche difficoltà riguardo alle adesioni dei vari club nella nuove divisioni professionistiche. Nove club di quattordici previsti dichiararono subito l’adesione: Arsenal, Birmingham City, Brighton & Hove Albion, Bristol City, Chelsea Ladies, Everton Ladies, Liverpool Ladies, Manchester City, Reading Women e Yeovil Town. Ferree regolamentazioni e requisiti rigidissimi portarono molti club a vacillare sulla definitiva decisione di aderire. Diversa fu la situazione in Championship, dove le meno asfissianti pretese portarono la maggior parte delle società a richiedere tempestivamente l’adesione.

L’Inghilterra, un paese forte e preparato, si è trovato a dover affrontare non poche difficoltà durante il passaggio da dilettantismo a professionismo. In Italia probabilmente saremo costretti a fare il doppio della fatica, ma vedendo i risultati che hanno ottenuto gli inglesi pare che che il gioco valga eccome la candela. Le Lionesses sono al sesto posto nel Ranking FIFA dietro a colossi come USA, Francia e Germania. Una SheBelieves Cup, tre Cyprus Cup, un quarto posto ai Mondiali 2019 e una semifinale ad EURO 2017. Relativamente agli introiti invece le professioniste (più di duecento in Inghilterra, che vanta il primato) percepiscono all’incirca 35.000 sterline l’anno, alle quali vanno aggiunte tutte le integrazioni derivanti dagli sponsor, che sulla WSL puntano da tempo diverse fiches.

Il professionismo in Spagna

Poco diversa è la situazione in Spagna, altra meta particolarmente apprezzata dalle nostre atlete, dove dalla prossima stagione la Primera e Segunda Division diventerano ufficialmente professionistiche; almeno stando alle dichiarazioni ufficiali di Irene Lozano, Presidente uscente del Consiglio Superiore dello Sport. Fino a quest’ultima stagione le calciatrici in Spagna, pur venendo inquadrate come professioniste, non vantavano ancora dei tre requisiti che il Consejo Superior de Deportes ritiene fondamentali per la classificazione di una competizione come professionale. In Spagna, paese dalla gestione intervenzionista del Calcio come da noi e differentemente dagli inglesi, l’intervento delle istituzioni governative è fondamentale. I tre requistiti sono:

  1. Professionale e lavorativa: ci deve essere un vincolo professionistico tra Club e Sportivo
  2. Materiale : la competizione deve avere una importanza a livello nazionale
  3. Economica : la competizione deve avere una rilevanza economica

dopo aver soddisfatto tutti e tre la Primera Division sarà la Liga Ellas, e le squadre partecipanti saranno 16 (non dodici o ancor peggio dieci come da noi), e l’intento della Federazione è quello di introdurre salari minimi sempre più alti per le calciatrici.

E in Francia?

Altro pianeta a quanto pare; esattamente come la Francia, sulla quale per non dilungarci ci limiteremo a fare l’esempio di Ada Hegerberg. Attaccante dell’Olympique Lyonnais da 400.000 € all’anno. Ma in Francia la concezione è totalmente diversa, basti pensare che nel Code du Sport, la norma sportiva statale di riferimento, non ci sono articoli dedicati specificamente al calcio femminile, bensì vi è una generale e dettagliata regolamentazione delle pari opportunità nello sport. Organizzazione legislativa spesso opposta a quella che è la nostra concezione.

Arrivederci ad Aurora Galli

Insomma, in certi casi abbiamo da copiare, in altri da prendere con razionale abilità di scelta. Una cosa è certa, stiamo perdendo l’attimo forse sfuggente di un momento di esponenziale crescita del movimento del calcio femminile, che forse intervenendo al momento giusto avremmo potuto sfruttare al 300%. Quello che è certo è che, come abbiamo appreso, dal 2022 non cambieranno radicalmente le cose. Servirà ancora più dedizione, un bel po’ di tempo e diverso danaro del quale, tanto per cambiare non si avrà di certo disponibilità immediata. Aurora Galli scappa ragionevolmente dal paese che l’ha cresciuta ma che in fondo non ha mai creduto in lei come non ha mai creduto in tutto il movimento. Ma il vento sta cambiando da un po’, tagliare la cima e spiegare tempestivamente le vele ora sta a noi e a nessun altro.

Salutiamo Aurora Galli con stima e commozione, ricorderemo di lei quel bacio saffico nei Mondiali di due anni fa, le fortissime emozioni che ci ha fatto vivere con l’Italia e con la casacca bianconera, il modo in cui toccava la palla e la schiaffeggiava con violenza singolarmente leggiadra in rete. Ci mancherà anche l’amore che provava e che dimostrava giocando nei confronti del Calcio italiano, il quale siamo certi non le avrà fatto piacere salutare. Di quelle come lei non ce ne sono molte; ma speriamo di riabbracciarla un giorno, non troppo lontano, di nuovo con una maglietta di Serie A e il titolo di professionista.

 

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