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DI CRISCIO:“L’ESCLUSIONE IN MAGLIA AZZURRA MI HA DELUSA MOLTO, MA SONO DECISA A RIPRENDERMELA”

Federica Di Criscio nasce a Lanciano il 12 maggio del 1993. Di ruolo difensore, impiegabile sia come terzino che come centrale, muove i primi passi nel mondo del calcio con le squadre maschili della città abruzzese fino a quando, all’età di 13 anni, approda alle Girls Roseto, società interamente femminile.

“È stato un bel sacrificio e devo ringraziare i miei genitori per la pazienza con cui hanno assecondato la mia passione” racconta Federica “Percorrevamo in auto circa 90 km per raggiungere Roseto da casa e questo lo facevamo per quattro giorni alla settimana”.

Ma la sua passione non si fa fermare dalle distanze. A 15 anni arriva la chiamata del Cervia e Federica decide di lasciare tutto e risalire, da sola, la costa dell’Adriatico per accasarsi alla società romagnola, all’epoca militante in Serie A2. L’avvicinamento al Cervia avviene in una maniera del tutto particolare, se si pensa a cosa si è abituati nel calcio maschile: “mi arrivò un messaggio su Facebook con la proposta di fare un provino. Non sapevo bene cosa aspettarmi ma accettai. E a 15 anni mi sono lasciata dietro tutto per inseguire la mia passione”.

Dal Cervia la chiamata al Bardolino Verona, la società che sarebbe poi diventata AGSM e successivamente Hellas, con la quale Federica raggiunge le sue soddisfazioni più grandi a livello di club: “A 17 anni ho avuto la possibilità di debuttare ai preliminari di Champions League grazie a mister Renato Longega, che per me è stato come un padre data la mia età e la lontananza da casa. Longega mi ha aiutata molto nella mia crescita personale, come tutta l’esperienza a Verona, e gliene sarò sempre grata. A Verona ho avuto anche la possibilità di poter giocare con dei mostri sacri come Melania Gabbiadini, Patrizia Panico e con Cristiana Girelli. Nel 2015 insieme a giocatrici del calibro delle già citate Gabbiadini e Panico, di Salvai e Fuselli, siamo riuscite a conquistare lo scudetto in una sfida punto a punto con il Brescia. Ricordo che segnai di testa al Mozzanica nella penultima giornata di campionato, in una partita in cui per noi era obbligatorio vincere, e, a pochi secondi dal termine, mi sono fatta espellere. Nella partita decisiva a Ravenna seguii la squadra e mi accomodai in tribuna. La voglia di stare vicina alle mie compagne mi portò ad intrufolarmi nello spogliatoio prima della partita per prendere una divisa da indossare mentre ero in tribuna. Il fato mi fece prendere la numero 17. E, in barba alla scaramanzia, siamo uscite dal campo da Campionesse d’Italia.”

Nel 2017, dopo sette stagioni passate in gialloblu, Federica lascia Verona per approdare proprio in quel Brescia rivale per tante corse allo scudetto. E con le Leonesse arriva subito un altro trofeo, la Supercoppa Italiana strappata dalle mani della Fiorentina neo campionessa d’Italia: “La Supercoppa è stato un grande risultato. Mister Piovani (che aveva ereditato la panchina di Milena Bertolini, nel frattempo passata alla guida della Nazionale n.d.r) è un allenatore fantastico anche se, purtroppo, non ci siamo mai capiti fino in fondo. Con lui al timone ho giocato in praticamente tutti i ruoli disponibili, diventando una sorta di jolly. Anche a Brescia è stata una bella esperienza, anche se purtroppo porterò dentro per sempre il peso di aver sbagliato il rigore decisivo nella sfida scudetto con la Juve.”

Poi, finalmente, l’approdo in una società professionistica: “la chiamata della Roma è stata per me un motivo di orgoglio e mi ha aiutata ad addolcire l’esclusione dal giro della Nazionale (Federica manca dalle convocate Azzurre dal 2018), avvenuta in modo inaspettato dopo aver militato in tutte le selezioni giovanili e in Nazionale maggiore e senza nessuna spiegazione. È una cosa che mi ha delusa molto e che tutt’ora continua a scottarmi, ma sono decisa a riprendermi quella maglia. La Roma mi ha mostrato che forse, finalmente, avrei potuto fare la calciatrice di professione nella vita. Paragonando il periodo che ho trascorso nella capitale con quello a Verona, posso tranquillamente dire che si vedessero le differenze quasi abissali. A Verona, nonostante i risultati arrivassero, si navigava a vista sia a livello organizzativo che economico, mentre a Roma non è mai mancato nulla.”

Ma la carriera di Federica è costellata di difficoltà e l’8 dicembre 2019, durante la sfida con l’Inter, il ginocchio destro fa crack. Gli esami evidenziano una lesione del crociato anteriore e per Federica comincia un lungo calvario per ritornare in campo. La situazione viene poi peggiorata dall’arrivo della pandemia di Covid-19 di cui però non ha risentito più di tanto: “l’infortunio è stato un momento davvero traumatico, mi sono sentita crollare il mondo addosso e mi sono anche chiesta se fosse arrivato il momento di smettere. Poi, piano piano, sono riuscita subito a rialzarmi e a ripartire per recuperare dall’infortunio, sostenuta nel modo migliore dallo staff. La pandemia l’ho vissuta meglio di altri fortunatamente: il fatto che dovessi andare al centro del CONI per la riabilitazione mi consentiva di poter uscire di casa, con tutte le precauzioni, per potermi recare a fare le sedute.”

La Roma però non la riconferma a fine stagione e Federica si trova nuovamente a partire da zero. Arriva la chiamata del Napoli, neopromosso in Serie A e decide di accettarla: “la mancata riconferma della Roma è stata l’ennesima mazzata. Ho accettato di buon grado la chiamata del Napoli, incuriosita dall’ambiente e dal progetto e sono rimasta molto colpita sia dalla città che dai napoletani. Sono persone di buon cuore, gentili e generose. Al mio arrivo ho dovuto effettuare delle visite per il ginocchio e il medico mi ha immediatamente offerto il caffè. A Napoli si respira un’aria genuina. Dopo la partita con l’Inter è successo un episodio tanto curioso quanto divertente. Dopo la sconfitta assegnataci a tavolino, il presidente Carlino si è presentato con un pacco di sale al campo e ha cominciato a spargerlo dappertutto, per allontanare la sfortuna. Speriamo di poter ottenere presto i risultati che ci consentano di raggiungere la salvezza, anche se è chiaro che dovremo lottare con le unghie e con i denti”

Come già detto, la Nazionale è un capitolo scottante della carriera, ma Federica ha voluto raccontare un ricordo particolarmente piacevole: “il mondiale 2012 U20 in Giappone è stata un’esperienza magica. Per la prima volta in carriera, la Federazione ci ha dato un corrispettivo economico come “premio” per la nostra avventura. Poi i campi erano meravigliosi. Ho strappato dell’erba dallo stadio del debutto (Urawa Komaba Stadium n.d.r.) credendo che fosse sintetica, trovandomi con grande sorpresa dei ciuffi naturali in mano. Sono tornata a casa con un quadretto come ricordo di quella splendida esperienza. Anche se devo dire che ne avrò anche un altro un po’ meno nobile: l’espulsione al debutto contro il Brasile (ride n.d.r.)”

Ma Federica non è solo calcio: dall’anno scorso è iscritta a Scienze Motorie a Roma e ha una grande passione per la cucina, trasmessale dalla nonna: “una volta finite le medie volevo fare l’alberghiero, poi ho virato sullo scientifico. Nonna, con cui ho un legame speciale, mi ha insegnato tante cose in cucina e anche mentre ero a Verona ho continuato a lavorare nel campo della ristorazione mentre giocavo, sia come cameriera che in cucina. Durante il lockdown ho avuto la possibilità di deliziare le mie compagne di squadra con i miei manicaretti e qualcuna continua a sostenere che dovrei aprire un ristorante (ride n.d.r.). Sono sempre molto attiva e cerco sempre di divertirmi in modo sano”.

“Il domani? Sinceramente non ci ho mai pensato più di tanto. Mi piacerebbe poter rimanere nel mondo del calcio, magari come allenatrice o dirigente, per poter aiutare le nuove generazioni di ragazze che si avvicinano al nostro sport. Ma prima mi piacerebbe provare un’esperienza all’estero e poter rigiocare nuovamente in Champions League. E poi, ovviamente, tornare in Azzurro”

Calcio Femminile Italia ringrazia vivamente Federica Di Criscio e la società Napoli Femminile per la loro disponibilità e augura ad entrambe di raggiungere i propri obbiettivi.

Di Marco Montrone

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