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Morace-Lazio, cosa non ha funzionato

L’esperienza di Morace alla Lazio non ha funzionato, su questo non ci piove. Una rivoluzione assoluta con l’arrivo in Serie A, il tentativo di rendere la squadra forse più internazionale e un calciomercato caratterizzato da interventi massicci sulla rosa. Nove acquisti, quasi tutti di carattere europeo e gerarchie automaticamente sovvertite. Queste sono solo alcune delle caratteristiche della (breve) gestione Morace che i tifosi della Lazio Women difficilmente dimenticheranno, anche e non solo per ciò che hanno portato.

Il progetto Morace in Serie B

Inizia tutto alla quindicesima di Serie B, dopo che nella giornata precedente Ashraf Seleman ha raccolto un deludente pareggio in casa del Pontedera. Morace esordisce il 7 febbraio sulla panchina biancoceleste contro il Cittadella, pareggiando 1-1 e non facendo particolari stravolgimenti sulla rosa. Durante tutto il percorso che ha portato la Lazio a vincere il campionato di B l’ex stella Azzurra ha cercato di preservare le 11 titolari lasciate in eredità da Seleman e che fino a poco fa lo avevano portato di fatto sempre nelle prime posizioni della classifica.
Il centrocampo resta praticamente sempre lo stesso. Di Giammarino, Castiello e Cuschieri le tre quasi sempre scese titolari per la mediana biancoceleste da Morace. Qualità, inserimenti e copertura; bilanciamento. Anche nel tridente d’attacco vengono fatte poche rotazioni. Martìn ovviamente sempre titolare. Suoi i 26 gol fatti di 62 totali che hanno permesso alla Lazio di annullare il vantaggio di cui vantava il Pomigliano sulle biancocelesti. Con lei le due ai suoi lati, Pittaccio e Visentin, arrivano entrambe a 6 marcature. L’unico reparto a ruotare molto spesso è quello difensivo, caratteristica che però ha caratterizzato anche la gestione Seleman. Quasi sempre titolari Federica Savini e Gambarotta a destra, poi Santoro con venti presenze. Giocano meno Lipman e Labate, ma aiutano moltissimo a lasciare respiro con almeno un cambio sulla fascia e uno al centro della difesa.
La sensazione è quindi quella che venga preferita una rosa con chiare gerarchie. Un giusto bilanciamento tra esperienza e soluzioni più giovani che comunque conoscono l’ambiente. La parola chiave della prima gestione Morace è stata una: continuità. Che viene tradotta in 62 gol fatti e 21 subiti, 14 vittorie, 11 pareggi e una scalata che conta 56 punti in classifica. Migliore attacco e migliore difesa del campionato. Primo posto soffiato al Pomigliano e promozione conquistata. Perché la continuità nel calcio, che sia cadetteria o prima divisione, premia sempre.

Cosa è successo in A?

Poi arriva la stagione 2021/21, arriva la Serie A. La società punta molto sul mercato per migliorare la rosa e vede in Morace un progetto a lungo termine. Arrivano ben nove acquisti. In difesa Foletta, Fördós e Møller. Poi a centrocampo arrivano Mastrantonio ed Heroum. In attacco Zuzzi, Andersen e Glaser. Cambiamento anche tra i pali con Stephanie Ohrstrom. Tutti acquisti provenienti dall’Europa, fatta eccezione per qualche calciatrice che conosceva già la nostra Serie A.
Sarebbe naturale pensare che con nove acquisti e cessioni di calciatrici che si erano dimostrate non indispensabili nella stagione precedente una rosa possa effettivamente essere pronta per affrontare il passaggio dalla B alla A. Pare però che l’esempio della Lazio ci abbia dimostrato che non sia sempre così per due principali motivi.
Il primo, molto semplice: intervenire su una rosa per integrare e non per colmare non è intelligente. Tre difensori (più una centrocampista spostata a terzino di fascia) che vanno a sostituire uno dei reparti più coperti e validi della stagione precedente sono una scelta azzardata. Sopratutto se si pensa che poi in attacco non si è cercato di intervenire trovando ciò che serviva. Una punta di peso con caratteristiche diverse da Adriana Martin; fortissima sì, ma non quell’attaccante puro che spesso serve per buttarla dentro. Ad un jolly da mettere dentro a venti minuti dalla fine la Lazio non ha mai pensato. Si è rivelata invece, e questo va detto, particolarmente azzeccata la scelta Andersen. Dal punto di vista tecnico l’esterno è sempre stato la spina nel fianco (spesso l’unica) delle difese avversarie.
Il secondo problema invece è relativo agli equilibri di cui una squadra deve vantare, sul campo e nello spogliatoio. È chiaro che sostituire quattro quarti di un reparto pone un problema di equilibrio tattico. Movimenti, tempi e intese non si affinano in cinque giornate; e il risultato sono 20 gol subiti in cinque partite. Non solo sul campo, ma anche nello spogliatoio è rischioso togliere i pilastri fondamentali. Chi conosce l’ambiente, chi è nato con quella maglia addosso, chi ne sente il peso emotivo serve. Potrà essere ingombrante dentro quelle quattro mura, ma serve.
È una specie di codice d’onore. Chi arriva dopo, allenatrice o giocatrice che sia, non toglie spazio a chi in quel luogo ci è cresciuto e ne ha passate di ogni. Si può fare, ma se si fa bisogna conoscerne le conseguenze. Bisogna essere consapevoli che quando la nave prenderà una strambata, quando perderà la rotta, non ci sarà nessuno a tentare di ripristinarla. Integrare meno ma in modo più mirato sarebbe stato più intelligente.
La Lazio di Carolina Morace è partita male ed è finita peggio, ma di interrogativi non possono che restarne molti. È difficile capire perché in un centrocampo che cercava luce non è stata fatta giocare Heroum, visionariamente preferita nel ruolo di terzino. È strano immaginare come sia possibile che a Formello Morace non abbia deciso di cambiare, rischiare quando tutto andava male. Talvolta si aveva l’impressione che non ci si sia resi conto nemmeno di quanto le cose stessero andando male.
Una certezza confermata però siamo riusciti un po’ tutti ad averla. La nostra Serie A è un campionato non adatto a tutti. Sicuramente non adatto a chi non è abituato a ragionare in termini tecnico-tattici. Il nostro campionato richiede applicazione, studio e tempo per integrarsi. È sempre stato così, e che sia di lezione per le esperienze future. Pescare da tutta Europa costringe a richiedere sforzi immani alle giocatrici per integrarsi in un mondo tutto nuovo. E alle leggi del calcio non si scampa nemmeno se ti chiami Carolina Morace.
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