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Professionismo in Italia: tutto quello che va saputo

Finalmente ci siamo. Il professionismo è quasi alle porte e dobbiamo prepararci a tutto quello che si porterà dietro. Dobbiamo prepararci al fatto che il calcio femminile non diventerà un giardino dell’Eden da un giorno all’altro e dobbiamo prepararci ad una piccola rivoluzione all’interno delle divisioni, esattamente come è stato fatto negli altri paesi.

Qual è la situazione attuale senza professionismo?

Conosciamo bene le situazioni che giornalmente affliggono il movimento del calcio femminile in Italia. Siamo costretti troppo spesso a vedere calciatrici poco tutelate scappare all’estero, o addirittura ritirarsi giovanissime dal rettangolo di gioco quasi settimanalmente.

Questo perché lo status dilettantistico del calcio femminile italiano è sostanzialmente diventato non più sostenibile, ed è troppo evidente il divario tra società di grandissimo calibro costrette a viaggiare con il freno a mano tirato a causa delle restrizioni dettate da questa situazione, soprattutto se comparate con i colossi esteri inglesi o francesi. Nell’atto pratico però il dilettantismo cosa comporta? Innanzitutto gravi limitazioni contrattuali. A dire il vero infatti lo status non professionistico non permette alle società di firmare contratti con le calciatrici, bensì accordi economici. I quali consistono sostanzialmente in rimborsi spese di pochi euro al giorno o in rimborsi annuali fino a trentamila euro più eventuali bonus. Il tutto per una durata massima di tre anni.

Questo ovviamente comporta pochissime tutele da parte delle calciatrici. In primis queste formule non permettono pensioni di nessun tipo, negando conseguentemente un futuro alle atlete. Inoltre le tutele in ambito sanitario legale sarebbero praticamente nulle, se non fosse per una convenzione accordata dalla stagione 2010-2011 tra LND e Generali Italia per la tutela assicurativa dei calciatori (o calciatrici) dilettanti. Questa assicurazione obbligatoria, almeno dai quattordici anni di età, ha rappresentato una sostanziale svolta nel mondo dilettantistico del calcio italiano, ma non copre affatto le complicazioni che comporta la maternità per le atlete.

Tutto questo purtroppo rappresenta un vero e proprio furto di futuro per le atlete, che spesso sono obbligate a scegliere se mettere davanti la loro vita o il calcio.

Professionismo: quando, come e perché

Abbiamo una data però per il professionismo. E’ ufficialmente la stagione 2022/2023. La chiave per sbloccare la situazione è stato il Decreto Rilancio del novembre 2020. Grazie a questo è infatti possibile accedere ad un fondo triennale utile a colpire diverse nevralgie del sistema calcio femminile. Durante l’anno 2020 è stato prelevato danaro per la sanificazione e la tutela sanitaria delle calciatrici, col fine di arginare l’emergenza sanitaria da Covid-19. Nella stagione successiva invece questi fondi saranno utili per la transizione al professionismo, che entrerà in vigore (giusto ripeterlo a gran voce) dal 2022/23. Nell’atto pratico quindi questi soldi verranno spesi principalmente per il trattamento delle infrastrutture e per il reclutamento delle atlete. Questo è quello che avviene in America, nella stragrande maggioranza dei paesi europei e in tutti i luoghi dove la realtà del calcio femminile è presa seriamente.

Cosa comporterà il professionismo in Italia

Il primo e più sostanziale cambiamento sarà nei tesseramenti. Verranno utilizzati dei contratti collettivi di lavoro, ossia “trattamenti economici e normativi delle società e calciatrici, con conseguenti diritti e tutele per i professionisti in quanto dipendenti delle società”. Questo, in soldoni, vuol dire due cose: assicurazioni sanitarie non collettive ma individuali e contributi da parte delle società, e cioè pensioni.

Quest’ultimo punto è però un’arma a doppio taglio. Se per le atlete rappresenta una grande tutela infatti, per le società è un numero scritto in rosso nei bilanci. 37% – 58% in più costeranno gli stipendi alle società, che però sull’altro piatto della bilancia hanno non pochi vantaggi. Su tutti una più facile compravendita delle calciatrici, che rappresenterà un profitto per i club, e un motivo in più per dare seguito al movimento con l’enorme macchina che sappiamo essere dietro al mercato. Più soldi arriveranno con questo metodo più seguito arriverà, e più seguito in un mercato libero e spazioso come quello del calcio femminile vuol dire altro danaro. E’ un circolo vizioso che per quanto possa non piacere è quello che ha fatto diventare un colosso d’oro il calcio maschile.

L’apertura del calciomercato sarà detta principalmente da due punti. Permessi di soggiorno a straniere che vengono in Italia per il tesseramento, mentre prima si agiva principalmente con visti turistici o permessi di studio; e regimi fiscali agevolati per le atlete che vengono da fuori. In particolare il Decreto Crescita del 2019 dice questo.

“Ai lavoratori che spostano la propria residenza in Italia e che hanno vissuto i due anni precedenti all’estero si permette un regime fiscale agevolato”

Come interpretare tutto questo?

Alea iacta est dunque. Il dado è tratto, questo professionismo s’ha da fare e si farà. Ci sono due modi per interpretare il futuro che ci aspetta. Con pessimismo, pensando che oramai abbiamo perso il treno e che tutto quello che abbiamo fatto poteva essere sfruttato al 300% con un intervento più tempestivo. O con ottimismo, e cioè pensando che il bello dovrà ancora arrivare. Di certo il calcio femminile non diventerà una piscina d’oro dal 2022, ma avremo basi solide sulle quali potremo costruire imperiali città con consapevolezza, pedi per terra e soprattutto tanta voglia di fare.

 

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